Un'altra stretta sul lavoro e una tensione sociale che torna a salire. Acciaierie d'Italia in Amministrazione Straordinaria ha avviato le procedure per innalzare la cassa integrazione straordinaria fino a un massimo di 8.622 dipendenti — quasi il doppio rispetto ai 4.450 attuali — prolungandola fino al 28 febbraio 2027, salvo ulteriori proroghe.
La misura investe tutti i principali siti del gruppo, da Taranto a Genova, riaccendendo la protesta sindacale alla vigilia di scadenze decisive. Sullo sfondo restano il verdetto della Cassazione sul fermo dell'area a caldo e la mobilitazione della cittadinanza tarantina, scesa nuovamente in piazza per chiedere la chiusura del siderurgico e la bonifica del territorio. A determinare la decisione dei commissari straordinari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli è il decreto della Corte d'Appello di Milano del 27 luglio, che ha disposto la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo dello stabilimento ionico. Nella comunicazione inviata al Ministero del Lavoro e ai sindacati, i commissari spiegano che "il non dilazionabile adempimento dell'ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società". Il fermo degli impianti per la produzione di bramme e coils ha imposto una riorganizzazione delle lavorazioni con ripercussioni a cascata su tutti gli altri stabilimenti, costringendo l'azienda a revocare gli ordini di materie prime e a mantenere gli impianti in stato di "riscaldo" per preservarli in vista della cessione degli asset. I numeri tracciano l'ampiezza dell'impatto su un organico complessivo di 9.626 dipendenti.
A Taranto la Cigs riguarderà fino a 6.964 lavoratori su 7.875, a Genova 870 su 917, a Novi Ligure 515 su 542 e a Milano 117 su 125, coinvolgendo anche i presidi minori di Racconigi, Marghera, Paderno e Legnaro. In servizio rimarranno soltanto 1.004 addetti, incaricati di garantire la custodia degli impianti, gli adempimenti ambientali e amministrativi e la continuità minima operativa. L'annuncio ha provocato reazioni immediate. Michele De Palma (Fiom Cgil), definisce la misura "inaccettabile" e non conciliabile con quanto emerso negli ultimi confronti, evidenziando come la notizia abbia già creato forte rabbia tra i lavoratori. Dura anche la posizione delle istituzioni liguri. "Le parole - dice la sindaca di Genova Silvia Salis - hanno un valore e la dignità dei lavoratori non si calpesta. I dipendenti, le famiglie e la città non possono essere presi in giro con annunci e garanzie che paiono scritti sulla sabbia".
Per lunedì le tute blu genovesi hanno già annunciato un presidio davanti ai cancelli della fabbrica, mentre Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto confermano che la mobilitazione riprenderà senza esitazioni in assenza di risposte chiare. Nel frattempo, concluso lo sciopero di cinque giorni, a Taranto si è svolta la manifestazione "Taranto torna a vivere", promossa dalla rete Onda del Futuro. Centinaia di cittadini e associazioni hanno sfilato esponendo croci bianche, foto e striscioni come "Tutto l'acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino". I manifestanti chiedono la chiusura del polo siderurgico, la bonifica e un piano di riconversione economica. Sulla vertenza è intervenuto anche il leader del M5S Giuseppe Conte, ricordando che "Taranto vuole un segno forte dalla politica" per operare una transizione davvero sostenibile. I prossimi giorni saranno determinanti. Il 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno i ricorsi di Acciaierie d'Italia e Ilva in As contro il fermo dell'area a caldo. Nella stessa giornata, alle 16, si terrà l'incontro convocato dal Ministero del Lavoro sulle tutele del personale e le ipotesi di anticipo pensionistico. Il 27 ottobre, infine, il confronto si sposterà a Palazzo Chigi, dove i sindacati si presenteranno con una folta rappresentanza di operai decisi a far sentire la propria voce.
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