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La Biennale di Koyo Kouoh, i toni minori nel caos del mondo

1 month ago 14

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Mettersi in ascolto, lasciare respiro alle sensazioni, alle emozioni suscitate da un quadro, da un manufatto che pare emerso dalle profondità sapienti di una cultura millenaria messa ai margini dalla colonizzazione, da un suono che sembra sgorgare dalla terra, dalla lettura di una delle tante poesie che accompagnano la visita nelle ordinate sale del Padiglione Centrale e lungo la magmatica bellezza del quasi infinito spazio delle Corderie all'Arsenale. "È giunto il tempo di ascoltare le tonalità minori" diceva la curatrice Koyo Kouoh e 'In Minor Keys', il titolo della 61, Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre, chiede al visitatore di abbandonare le logiche di proposte espositive fatte attraverso artisti noti al grande pubblico e di immergersi in un percorso che non ha sezioni, ma spunti, concetti generali, nuclei tematici - Altari, Processioni, Scuole, Performance - attraverso una sorta di scambio continuo di "geografie relazionali" tra i 110 artisti e collettivi, in prevalenza africani ed asiatici, chiamati a dare vita alla mostra ideata da Kouoh. La curatrice camerunese-svizzera non ha avuto modo di vedere compiuto il frutto del suo lavoro, è morta un anno fa, il 10 maggio, ma il progetto è stato portato avanti e chiuso dal team con cui ha operato fin dagli inizi a Dakar. "Mentre noi improvvisavamo, lei componeva", ricorda di quei giorni "la squadra di Koyo" (Gabe Beckhurst Feijoo, Siddharta Mitter, Maria Helene Pereira, Rasha Salti e Rory Tsapayi). Seguendo un'immagine musicale, la mostra sembra una jazz session, dove ogni elemento è in relazione con l'altro in una dimensione inaspettata ma chiara nei temi generali: colonialismo, schiavitù, crisi ambientale, identità sessuale, rapporto dell'umanità con la natura e altro. Emozionante l'opera di Maria Magdalena Campos-Pons che è un omaggio Koyo Kouoh e a Toni Morrison, la prima donna africana a curare la Biennale Arte e la prima donna nera a vincere il Nobel per la Letteratura. È una esperienza sensoriale, carica di rimandi culturali, di conoscenze antiche, di rapidi passaggi dalle gioie e dai colori dei carnevali caraibici alle tragedie e denunce manifeste, ironiche (come i lavori di Phokela) o sottintese, che coinvolge fin dall'opera di Otobong Nkanga, nigeriano, per la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale. Le quattro colonne sono coperte di mattoni dove sono attaccati vasi in vetro di Murano con all'interno piante che, durante i mesi d'apertura, cresceranno fino ad avvolgerle.
    La grande sala Chini - appena restaurata come l'intero palazzo - è all'insegna, invece, delle cifre artistiche di due "creatori di mondi", Issa Samb (1945-2017) e Beverly Buchanan, che avevano profondamente colpito la curatrice. Poi, è un susseguirsi di opere di diversa impronta senza una preferenza marcata per una tecnica: disegni, sculture, quadri, video, opere multimediali. Lavori esposti in una alternanza spaziale che lascia modo al visitatore di respirare, di farsi domande, di andare oltre a ciò che la pura sensazione visiva gli offre. È un "viaggio" nell'arte che si intreccia a storie personali e collettive, a questioni irrisolte o racconti di civiltà diverse da quella occidentale, di dominatori e ribellioni, attraverso opere inaspettate ma profondamente umane. In una stanza c'è anche Duchamp, uno dei pochi nomi noti presenti. Se, tra questi, ai Giardini c'è un'emozionante lavoro di Wangeghi Watu, all'Arsenale colpisce lo spazio di luce rossa ideato da Alfredo Jarr, The End of the World, con un cubo di appena quattro centimetri quadrati composto dai dieci elementi minerali "più critici del mondo".
    La Biennale di Koyo Kouoh, insomma, non urla, non pare dare risonanza alle grida e al caos del mondo, ma è come percorsa da un suono profondo, da un rassemblamento di "tonalità minori" che non dimentica nessuno dei problemi. "Mentre il mondo intero grida - dice in catalogo il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco - e le voci si sovrappongono fino ad annullare i significati, esiste un solo modo di comunicare, creare una zona d'ascolto sintonizzata su una frequenza minore.
    Più raccolta, accogliente, umana, e non per questo meno carismatica".
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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