Hanno raggiunto il palazzo della Corte Costituzionale per essere fisicamente presenti all'udienza sul fine vita che li vede malcapitati protagonisti, ma si sono posizionati su schieramenti opposti. Da un lato tre malati che chiedono una disciplina più ampia di accesso al suicidio assistito, dall'altro otto persone che invece quel diritto, temendo di poterlo esercitare in condizioni di fragilità emotiva, non vogliono allargarlo.
Entrambe le parti hanno partecipato con il loro corpo a un'udienza della Consulta sul fine vita, l'ennesima in cui i giudici costituzionali vengono interpellati, nell'attesa di una legge nazionale che ancora non arriva. La questione riguardava l'eccezione di costituzionalità posta da un gip di Bologna, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità di chi accompagnò nel 2023 Paola Ruffi in Svizzera ad accedere al suicidio assistito e da chi organizzò quel viaggio, ovvero Marco Cappato.
Il tema centrale è il requisito del "trattamento di sostegno vitale" necessario per consentire il suicidio assistito, da sempre il più dolente dei quattro "paletti" (gli altri sono: patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli) imposti dalla cosiddetta sentenza "dj Fabo" nel 2019. Per Filomena Gallo, avvocata dell'associazione Luca Coscioni, verso il trattamento di sostegno vitale va cambiata prospettiva: non bisogna più interpretare la sussistenza del requisito "ma verificarne la ragionevolezza costituzionale".
Per meglio dire, negare il suicidio assistito a chi non dispone di questo presupposto costituisce "una discriminazione che oggi dipende non dalla sofferenza della persona o dalla gravità della malattia, ma dal modo in cui quella malattia si manifesta o viene trattata". Sul fronte opposto, oltre all'avvocatura dello Stato, anche i legali Esposito e Leotta in rappresentanza di otto persone affette da patologie irreversibili, ma contrarie al suicidio assistito.
"Chiedono meno libertà", ammette Leotta, che risolve l'apparente paradosso rivelando il ragionamento di uno dei suoi assistiti: "Quella libertà potremmo usarla per autodistruggerci. Noi la pistola non la vogliamo usare, ma nemmeno vogliamo che lo Stato ce la lasci carica sul comodino". Parole simili a quelle di un altro paziente interpellato, Emanuel Stoica, che spiega: "Non voglio che in un momento di poca lucidità io possa chiedere di morire. La risposta dello Stato alla sofferenza non deve essere liberarsi di chi soffre, ma prendersene cura".
Per l'associazione Coscioni, a favore di un fine vita più ampio, erano presenti i fratelli di Marco e Carlo Gentili, entrambi affetti da Sla fin dall'infanzia: "Oggi non vogliamo morire, ma riteniamo che il riconoscimento di una libertà fondamentale non debba dipendere dalla presenza di un macchinario", hanno affermato. Ancora più netto Roberto, paziente oncologico a cui è stato negato l'accesso al suicidio assistito per la mancanza del trattamento di sostegno vitale: "Sono segnato dalle crisi epilettiche, dalla debolezza, dalla difficoltà a camminare. L'Italia ha bisogno di una legge chiara, che apra senza incertezze la strada per porre fine alla propria vita quando comporta insopportabile sofferenza e perdita di autonomia e dignità".
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